Giovani e alcool, una relazione pericolosa…

E’ da tanto che volevo parlare di questo argomento…specie perchè mi fa
terribilmente preoccupare e sopratutto mi mette tristezza…io credo nei giovani!
Sapere pero’ che qualcuno di loro ha bisogno “dell’aiutino” per sentirsi vivo mi fa male! Le intossicazioni alcoliche tra i giovani sono in costante aumento. E gli stati di ubriachezza sporadica durante l’adolescenza possono avere conseguenze molto serie.
In un’ inchiesta in Svizzera del 2003 sono stati circa 1300 i bambini, gli adolescenti e i giovani adulti tra i 10 e i 23 anni trattati in ospedale per avvelenamento alcolico o dipendenza da alcol.
In 900 casi è stato accertato un avvelenamento da alcol – in termini scientifici un’intossicazione alcolica. Circa 400 giovani sono stati trattati per alcol-dipendenza.
Il numero di intossicazioni alcoliche aumenta nettamente a partire dai quattordici anni e raggiunge il suo apice attorno ai 18-19 anni. Tra i ventenni aumenta tuttavia il numero degli alcoldipendenti vi rendete conto??

E l’altra domanda è…perché gli adolescenti bevono?
Per gli adolescenti, l’alcool pare essere un modo per allontanare i problemi, per aggirare i limiti imposti dalla realtà e per entrare in un mondo che
offre sensazioni più piacevoli.
L’adolescenza si sa, è un momento particolarmente vulnerabile nella vita di una persona, è un momento di “transizione” tra la perdita dei genitori
come educatori primari e la ricerca o l’incontro con altre figure, desideri e sensazioni nuove.
A tutto questo si aggiunge anche il confronto con un mondo che sta diventando sempre più complesso e difficile da vivere.
Gli adolescenti iniziano ad affrontare il mondo dell’erotismo, degli incontri sessuali e in molti casi lo fanno con paura.
Dunque, nella nostra cultura attuale, fatta di parecchie incertezze, l’alcol può diventare per gli adolescenti un “comodo rifugio” per
affrontare i problemi ed i timori.
Il giovane può vedere nell’alcool un modo per essere più sciolto e più coraggioso, non essendo però consapevole dei rischi a cui va incontro.
Inoltre, l’alcol è una droga socialmente accettata che viene venduta senza problemi. Come abbiamo detto prima dà forza e coraggio per i primi incontri sessuali tanto desiderati quanto temuti.
Ed a questo si aggiungono scenari come una discoteca o un qualsiasi posto per farsi una “bottiglia” in compagnia che diventano, attraverso l’ubriachezza, un occasione per sentirsi grandi e pensare che stanno facendo cose da adulti.
Gli adolescenti invece dovrebbero comprendere a fondo quali e quanti possano essere i danni derivanti dal consumo di alcool ed essere
coscienti soprattutto che chiunque può diventare alcolista senza quasi rendersene conto, smettendo di pensare che “queste cose possono
capitare solo agli altri”.Certo è che secondo me sono i genitori a dover accompagnare i propri figli in questo nuovo viaggio,essere d’esempio non abbandonarli a se stessi!Io non sono genitore e quindi posso “giudicare” male;capisco anche che la vita è difficile specie in questi anni,ma non ci si può fermare davanti alle difficoltà e aspettare che tutto si sistemi da solo…bisogna lottare!L‘alcool è dunque un reale pericolo per i nostri giovani ed è compito dei genitori, della scuola e dei media vigilare sui di loro.

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Sul tempo…

Il tempo che passa nella nostra  vita è una costante inesorabile…nei momenti belli vola, in quelli brutti pare essere immobile,ma c’è e c’è sempre a ricordarci che qualcosa sta per iniziare,qualcosa sta per finire o ancora sta per trasformarsi…
Il tempo che segna l’inizio di qualcosa è di solito un tempo carico di preoccupazione, ma anche pieno di eccitazione e di trepidazione; quando qualcosa di bello termina o si evolve in altro, lascia invece uno strascico di malinconia, come di qualcosa che si è perduto o che è stato e adesso non è più. È proprio questa sensazione che ci fa dire: “vorrei che il tempo non passasse mai”, “vorrei tornare indietro”, “quelli sì che erano bei tempi”. Questo senso di amarezza di cose vissute e poi perdute si manifesta perché quell’ evento, quel momento o quella situazione sono percepiti come unici ed irripetibili.

Il tempo dà e il tempo toglie: è quello che guarisce le ferite o regala momenti di felicità ed è anche quello che non può essere sprecato, che ci priva di ciò che fino ad un attimo prima ci aveva fatto stare bene.

Come quando partecipiamo ad un concerto o a uno spettacolo che tanto attendevamo: le aspettative e la carica degli attimi prima e il vissuto adrenalinico del “mentre”, si infrangono successivamente con il dispiacere della conclusione.

Questo, per certi versi, è assolutamente vero!

Ma è vero anche che ogni evento potrebbe essere annoverato come unico ed irripetibile, perché ciò che lo rende degno di nota è l’emozione e il vissuto emotivo che lo caratterizza.

Il tempo che passa è un tempo significativo grazie alla storia emozionale che lo accompagna.

Nel bene e nel male.

Intervista a Francesca Lippi

Oggi ho il piacere di farvi conoscere più da vicino, una grande autrice che  ha scritto per me  dei testi favolosi … mi ha permesso di allargare il mio orizzonte cantando “cose scomode” ,vedi “Meno di un dollaro”, “E’ il nostro momento”…ma anche vere e proprie perle di poesia e passione come “Briciole sulla pelle”,”Cosa ci manca” o la meraviglia di “Fiori nel deserto”…quindi ecco a voi…FRANCESCA LIPPI

Partiamo dalle tue origini artistiche, quando hai iniziato a interessarti alla musica? 

Praticamente da sempre, da quando ero bambina e cantavo con gli scouts.”

2. Raccontaci un po’ del tuo percorso artistico. 

Ho cominciato a scrivere seguendo gli insegnamenti di un amico musicista, Gae Capitano, poi ho seguito un corso per autori a Roma con Vincenzo Incenzo e uno stage con Beppe Cantarelli, in seguito ho incontrato te…”

3. Raggiungere un proprio stile e identità, quanto è importante per un musicista? 

Credo sia fondamentale, anzi direi prioritario, poiché il raggiungimento di un proprio stile e di una propria identità costituisce un modo per contraddistinguersi rispetto agli altri, inoltre crea un’aura personale che colpisce nel segno chi ascolta e rende il musicista unico e indimenticabile”.

4. Puoi svelarci qual è il brano che hai scritto per me al quale sei più legata e perchè? 

Ma, guarda, sono tutte creature, lo sai, vero? Però –Briciole sulla pelle- la amo tantissimo, è nata al mare e ti ho chiamato subito, proprio mentre mi veniva fuori. E tu l’hai subito capita. E ci hai lavorato su di brutto e dopo è nato tutto…Oddio, mi è venuta fuori la rima!”

5. Cos’è la musica per te? 

Guarda la musica per me è vita. Quando non la ascolto sto male”

6. Cosa provi quando scrivi? 

Sono appagata. Felice. Vorrei scrivere sempre.”

7. Quanto conta per te il testo di una canzone rispetto alla musica? 

Questa è tremenda…è la diatriba di sempre. Gli autori di testo sono bistrattati, alla fine – sono solo parole!- invece, secondo me, un buon testo può creare il successo di un brano, anche se la melodia non è tra le migliori, ma credo che sicuramente il top da raggiungere sia il giusto mix: testo buono e musica di più…”

8. Tra le tue esperienze e partecipazioni, quali ricordi con soddisfazione?

Quando abbiamo organizzato quell’incontro a Prato per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’epilessia e tu hai cantato – La farfalla che ho nella testa- quello è stato un momento che non dimenticherò mai.” 

Il tuo punto di vista su un tema molto attuale…siae si o siae no?Cosa è meglio? 

Tocchi un tasto davvero dolente. Io nella Siae non ci sono più. Questa scelta l’ho fatta da tempo e non me ne pento…”
10. Hai un particolare progetto ideale e concettuale cui arrivare come massima aspirazione?

Mi piacerebbe scrivere i testi per un musical, ma credo che questo avverrà nella mia prossima vita!

ILMIO AUGURIO DI NATALE…CHE SIA PIENO DI CALORE UMANO

Perchè “CALORE UMANO” vi sarete chiesti!?!?! PERCHE’ CE N’E’ VERAMENTE BISOGNO! Stiamo sempre piu’ spesso alimentando distanza e solitudine. Tendiamo ad andare, a distanziarsi, a voler restare soli. La distanza è qualcosa di terribilmente freddo, la freddezza è rinunciare al calore umano; quello di ogni abbraccio, quello dell’esserci, del partecipare alla vita con la propria esistenza. E stare vicini con il corpo uno accanto all’altro, è vedere la stessa cosa nello stesso momento e condividere. Condividere significa possedere insieme,partecipare insieme,offrire del proprio all’altro. Va vissuta con più punti di vista proprio perchè diventi più ricca e fertile di emozioni!

Tutte questo per dire che dobbiamo difendere gli abbracci,l’esserci,la partecipazione attiva,che invece stiamo dimenticando e che col tempo può diventare un vero e proprio trauma. Il trauma del sentirsi disorientati, quello del distacco dal luogo fisico e vivo per entrare nel mondo del social web che non ha territori se non virtuali, che non ha terre comuni, che non ha condivisioni fisiche e reali. È restare al buio. In questo spazio che non è uno spazio, la distanza e la solitudine sono qualcosa che hanno a che fare con il silenzio. Perché il silenzio nel web è un vuoto, è assenza. Per questo non essere sui social, non postare, non commentare, non scrivere genera spesso angoscia, paura. La paura di non esistere, di non essere più. Le amicizie, i seguaci sui social non sono una sostituzione delle amicizie vere, dei rapporti veri. Il rischio che si corre è quello di restare soli un giorno! Si è soli perché il web non permette l’orientamento. E invece secondo me è importante tornare a rivolgersi a oriente, ritrovare l’origine delle cose, il punto dove il sole sorge e guardare al Cielo con più fiducia.La vita virtuale sta diventando una droga che ti da la sensazione di vivere ma senza più sapere cosa sia la vita e soprattutto senza viverla! E chiudo rivolgendo un pensiero ai più’ giovani (sto invecchiando anche io non c’è dubbio!)…non smettete mai di vivere la vostra vita ma dal vivo,non permettete a nessuno di intralciare i vostri sogni e ricordate…siate portatori di vita e di amore,sempre!

BUON NATALE

Luca

Le persone “particolarmente speciali”

Le persone “particolarmente speciali”…si ci sono!

Io in vita mia ho avuto l’immensa fortuna di averne incontrate parecchie!

Le persone che amo definire “particolarmente speciali”, sono quelle che piangono facilmente perchè si emozionano per cose apparentemente “stupide”,quelle che riconosci subito perché hanno occhi sereni e capaci di amare…e il cuore puro che senti “battere” anche a distanza e che non mentono.

Le persone “particolarmente speciali” sono quelle che non si arrendono mai, che si dimenticano di quanto bene fanno e il più delle volte non se ne rendono neppure conto e non considerano il male ricevuto;non viaggiano verso l’avere quanto piuttosto puntano all’ essere ;

Riescono a parlare pure in silenzio e se costretti (tipo un momento per te complicato)usano poche parole, ma capaci di toccare esattamente dove devono ; sono quelle che sono d’esempio e che ti insegnano per come vivono, ti fanno stare bene a prescindere senza un evidente motivo. Stai pensando se ne hai mai incontrate??

Fermati un attimo e rifletti…chiudi gli occhi,concentrati sulla memoria interna del cuore e vedrai che ne troverai qualcuna…e quando capisci chi è o chi sono tienile strette e dagli tutto l’amore possibile ,fidati!!!

Le persone “particolarmente speciali” non guardano la televisione o la guardano comunque molto poco, lavorano molto e sanno difendersi dalla dipendenza. Fanno ciò che serve, con genuinità e sincerità non hanno pensieri negativi e se li hanno riescono subito a cancellarli. Non pensano ai soldi, perché non ne sono schiavi, pur consapevoli del fatto che sono necessari.

Sanno ripartire ogni volta e non pensano che non sia difficile, ma sanno che è un dovere farlo;chiaramente non sono persone perfette,perché la perfezione non esiste ed anzi hanno paura come o più degli altri, ma la affrontano con saggezza e la giusta consapevolezza della realtà.

Anche loro soffrono, parecchio…a volte più degli altri, ma mai troppo a lungo se non in casi eccezionali.

Le persone “particolarmente speciali “le riconosci perché non si fanno riconoscere, ma cuori e anime simili, si incontrano senza bisogno di dire nulla…e sanno usare il cuore.

Quando le hai vicino, ti riempiono di energia, e quando se ne vanno hai solo voglia di rincontrarle prima possibile per continuare a salvare belle immagini tra i tuoi ricordi.

So per certo che questo “articolo” sarà letto da tutte le persone “particolarmente speciali” che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita e che ringrazio dal profondo del cuore per esserci sempre anche nei momenti più bui;

con il cuore  Luca

Intervista a Massimiliano Teora

Oggi ho voluto fare qualcosa di diverso per questo blog…ho pensato che fosse interessante farvi conoscere piu’ da vicino i miei musicisti…e voglio iniziare con Massimiliano Teora ,bassista al quale ho rivolto queste domande…

  1. Qual è il contesto musicale e culturale in cui nasce Massimiliano Teora ? Musicalmente nasco nel bel mezzo degli anni ’80, quel periodo musicale da molti oggi denigrato per l’utilizzo a man bassa dei sintetizzatori e dell’elettronica (e allora?), che però aveva in se un indubbio ottimismo. Dopo quel periodo la musica leggera, e non solo quella italiana, ha subito un ritorno a sonorità più vintage, con la scelta di arrangiamenti più poveri e di strumenti in linea con quel tipo di suoni. Devo dire, con piacere enorme, che questa fase da alcuni anni sembra essere in declino…
  2. Che tipo di musicista sei,come ti definiresti?                                     Fondamentalmente sono un musicista pop-rock: definizione un po’ vaga, ma quest é…
  3. Come riesci a conciliare la tua attività con la tua creatività artistica? Come vivi il passaggio da un “mondo” all’altro?                                                                             Beh, da alcuni anni concilio le due cose molto male, vorrei avere molto piú tempo per suonare e per ricercare. Fortunatamente una cosa riesco a farla: ascoltare tantissima radio, passo molto tempo in macchina da solo…
  4. La scelta di suonare il basso a cosa è dovuta? Fino al ’91 suonavo la tastiera, che ho completamente abbandonato per imparare più in fretta possibile questo strumento diverso. Allora rimasi affascinato dal tocco, dalla precisione e dal tiro di un noto bassista inglese, non particolarmente tecnico, ma che riusciva a tirar fuori un suono incredibile da uno strumento che reputo poco più di un tagliere da cucina. In seguito i miei gusti sono maturati e oggi ho una strumentazione molto moderna.
  5. Cosa pensi della musica in Italia in questo momento?                                           Penso che in giro ci siano canzoni degne di nota e altre sicuramente meno incisive…
  6. Cover o brani inediti…il tuo pensiero a riguardo?                                                    Entrambe? La soddisfazione di contribuire a creare un’atmosfera e poi registrarla e portarla in giro con l’autore, secondo me è impagabile. Però se vuoi suonare il più possibile devi proporre un repertorio che ti consenta di entrare in vari contesti. Allora quali cover? Piegandoti a questa logica non è detto comunque che tu riesca a suonare qualcosa che ti piace.
  7. La differenza tra suonare in studio o in un live?                                               Appaganti entrambe le situazioni. La prima ti porta a misurare effettivamente le tue capacità musicali in un ambiente che condividi solo con i tuoi colleghi e con i professionisti di studio. E’ bello passare insieme quelle giornate intere con il gruppo. Del live invece vivo l’attesa, l’emozione con il pubblico, quella del palco.
  8. Progetti futuri in campo musicale?                                                                                 Per il momento non posso intraprenderne altri
  9. Suonare con luca lastilla…c’è di meglio in giro no?                                                    No! Ahahahah! In realtà oltre alle canzoni meravigliose che scrive, si è creato un rapporto tale con lui e con la band a cui sarebbe difficile rinunciare. Inoltre, per ritornare a quanto detto prima, è questo il genere musicale per cui credo di avere una maggiore attitudine.
  10. La tua vita senza musica sarebbe??                                                                               La vita di un altro. Anche se, per gli impegni familiari e lavorativi, la mia attività si è fortemente ridotta, non riuscirei mai a farne a meno.

 

Champ of the camp, quando la musica rende liberi

No, non ho scelto un titolo retorico. So cosa vuol dire libertà e so cosa è in grado di fare la musica. Come me, lo sanno i lavoratori di Dubai, città folle che incarna tutte le contraddizioni del nostro secolo. Lì, per una paga da fame, migliaia di persone offrono le loro braccia per costruire grattacieli e giganteschi palazzi nel bel mezzo del deserto. Una follia collettiva che nasconde tanta sofferenza e un gran bisogno di evadere. E qual è la forma di evasione migliore? Esatto: la musica! Gli operai che lavorano nei cantieri, gli spazzini che puliscono le strade, i camerieri che servono ai tavoli, i lavavetri che salgono e scendono sotto il sole cocente di Dubai, tutte queste persone si trasformano in cantanti pieni di energia e passione.

Cantano per sognare, cantano per dimenticare, cantano per dedicare un pensiero alla moglie che non vedono da anni. Il loro bisogno di esibirsi è stato intercettato – probabilmente a scopo promozionale – dalla Western Union, azienda che offre agli stessi operai un servizio di money transfer per mandare soldi alle loro famiglie. Nasce così Champ of the camp, la competizione che vede sfidarsi ogni anno migliaia di aspiranti cantautori provenienti dagli Emirati Arabi, dall’India, dal Pakistan e da chissà quali altri posti. Il premio non è una banale “botta di visibilità”, cosa che farebbe gola a molti dei nostri aspiranti artisti… Qui si canta per tornare a essere liberi, o quantomeno per avvicinarsi a questo ideale. Una macchina, un po’ di denaro, un biglietto aereo per tornare a casa. I premi di Champ of the camp ci ricordano quanto siano importanti cose che noi diamo ormai per scontate.

Ma quello che più mi piace di questa storia – oltre all’incredibile stile di ballo e di canto degli operai di Dubai! – è che un regista coraggioso come Mahmoud Kaabour (lo stesso che ha girato Being Osama) ha deciso di raccontare per filo e per segno Champ of the camp, trasformandolo in un potente documentario. Per ora, purtroppo, ho visto solo il trailer, ma mi sono ripromesso di trovare una versione DVD da qualche parte, o magari una bella proiezione in quei cinema di una volta… Se c’è una cosa che ho capito da Champ of the camp è che non bisogna mai smettere di sognare, e non bisogna mai dare per scontato ciò che abbiamo. Ricordiamocelo.

Un abbraccio caloroso!

#RICORDATIDIEMOZIONARTI